L’intervista alla Responsabile Socio Sanitaria dell’Istituto Madre Rubatto, Francesca Sardella, che ci racconta l’impegno, le sfide e la missione del suo lavoro nelle RSA e nelle Cure Domiciliari di Bergamo, Varese e Loano.
“Ci siamo quando le fragilità si fanno più evidenti”
Può raccontarci in cosa consiste il suo ruolo di Responsabile Socio Sanitaria e quali sono le sue principali responsabilità nelle tre strutture di Bergamo, Loano e Varese?
Il mio ruolo di Responsabile Socio Sanitario consiste nel garantire che le persone fragili affidate alle nostre cure ricevano un’assistenza attenta, rispettosa e qualificata, che metta al centro la dignità della persona, a ogni età e in ogni fase della vita. Nelle tre strutture di Bergamo, Loano e Varese dirigo l’organizzazione dei servizi socio assistenziali e sanitari, lavorando fianco a fianco con équipe multidisciplinari per assicurare percorsi di cura personalizzati, sicuri e coerenti con i valori dell’Istituto.
Accanto alla dimensione relazionale e assistenziale, mi occupo anche della gestione aziendale delle aree socio-sanitarie, contribuendo alla programmazione, al controllo di gestione e all’ottimizzazione delle risorse. Perché mettere la persona al centro significa anche garantire sostenibilità, efficienza e qualità nel tempo.
La mia responsabilità è dunque duplice: da un lato il governo organizzativo dei servizi assistenziali e il presidio della qualità nei percorsi di cura e relazione, dall’altro la tenuta complessiva del sistema che deve reggersi su fondamenta solide e visione strategica. Ogni giorno mi muovo tra ascolto, supervisione e pianificazione: ascolto dei bisogni, delle criticità, ma anche delle storie, che sono il cuore pulsante delle nostre realtà. Perché prendersi cura, davvero, non è mai solo un gesto tecnico: è una relazione.
Quali aspetti la entusiasmano di più di questa sfida?
Quello che più mi entusiasma è la possibilità di fare la differenza in un ambito dove ogni scelta ha un impatto diretto sulla vita delle persone. È una sfida che chiede competenza, ma anche cuore, visione e una buona dose di coraggio.
Lavorare nel socio-sanitario oggi significa muoversi in un contesto complesso e in continua evoluzione, dove l’equilibrio tra cura, sostenibilità e innovazione è delicato ma possibile. Mi appassiona poter contribuire a costruire modelli organizzativi che funzionano non solo ‘sulla carta’, ma nella quotidianità concreta degli operatori e nella qualità di vita degli ospiti. Mi entusiasma far crescere le équipe, valorizzare i talenti, creare contesti in cui anche chi si prende cura possa sentirsi riconosciuto, sostenuto, formato. In fondo, la vera sfida è questa: tenere insieme efficienza e umanità, numeri e relazioni, regole e calore. E quando ci si riesce – anche solo un po’ – è lì che si sente il senso del proprio lavoro.
Quali sono le principali sfide quotidiane nel garantire la qualità dell’assistenza agli ospiti?
Le sfide quotidiane sono tante e spesso intrecciate tra loro. La prima è quella di garantire continuità e qualità nell’assistenza, nonostante la crescente difficoltà a reperire personale qualificato. La seconda è quella di riuscire a coniugare i protocolli e le normative – sempre più stringenti e complesse – con l’umanità e la flessibilità che ogni situazione richiede. Ogni ospite ha una storia, una fragilità e un bisogno diverso: non si può applicare un modello unico. Per questo è fondamentale il lavoro in équipe, il confronto continuo tra professionisti e la formazione costante. A volte la vera sfida è il tempo: riuscire a fermarsi ad ascoltare, a osservare con attenzione, a dare spazio alla relazione anche quando tutto spinge verso l’efficienza e la velocità. Ma sono proprio questi momenti – piccoli, apparentemente marginali – che fanno la differenza nella qualità della cura. In pratica: la qualità si gioca ogni giorno nella capacità di tenere insieme procedure e persone, standard e sguardi, organizzazione e calore umano.
Quali strumenti utilizza per sostenere i professionisti che lavorano a stretto contatto con la fragilità?
Il primo strumento è l’ascolto: non solo come atteggiamento personale, ma come metodo. Ascoltare i professionisti vuol dire creare spazi di confronto reale, dove si possano condividere dubbi, fatiche, idee senza sentirsi giudicati. È da qui che parte ogni azione efficace di supporto. Un altro strumento fondamentale è la formazione continua. Cerco di valorizzare ogni occasione di dialogo per intercettare bisogni formativi e organizzativi, anche informali. So quanto sia importante offrire strumenti concreti per affrontare la complessità del lavoro quotidiano, e ritengo necessari percorsi che aiutino a gestire lo stress, le dinamiche relazionali, il carico emotivo e il senso di responsabilità che il lavoro con la fragilità comporta. C’è poi il lavoro di équipe: creare e sostenere contesti in cui la collaborazione sia autentica, dove nessuno si senta solo davanti alla complessità. E infine il riconoscimento, che non è mai scontato: dare fiducia, valorizzare un gesto ben fatto, ringraziare. Chi si prende cura ha bisogno, a sua volta, di sentirsi visto.
Cosa significa per lei “stare a fianco di chi si prende cura”?
Per me ‘stare a fianco di chi si prende cura’ significa riconoscere il valore e la fatica di un lavoro spesso invisibile, ma essenziale. Significa esserci, concretamente: non solo con le parole, ma con scelte organizzative coerenti, con disponibilità all’ascolto, con il coraggio di prendere decisioni che mettano al centro la persona – anche quella che cura, non solo quella che è curata. Significa sostenere senza invadere, dare fiducia restando presenti e disponibili al fianco di chi agisce, accompagnare senza sostituirsi. Significa, in fondo, condividere la responsabilità: ricordare ogni giorno a chi è in prima linea che non è solo. In un mondo che spesso misura tutto in termini di produttività, stare a fianco vuol dire anche restituire senso. E questo vale tanto per l’ospite quanto per l’operatore.
C’è un episodio recente che rappresenta bene il significato del “prendersi cura” per lei?
Durante un giro nelle strutture, ho incrociato una OSS che si stava fermando qualche minuto in più accanto a un’ospite agitata, accarezzandole la mano e parlandole sottovoce. Nulla di straordinario, apparentemente. Ma in quel gesto ho rivisto il senso più vero del ‘prendersi cura’: fermarsi, anche quando il tempo non lo permetterebbe. Scegliere la persona prima del compito. Ecco, per me il prendersi cura è tutto lì: nella qualità della presenza, nella capacità di esserci davvero, anche solo per un momento. È un atteggiamento, prima ancora che una prestazione. E quando accade, è contagioso. Perché chi vede quella cura, spesso si sente ispirato a fare lo stesso
Ci sono progetti o iniziative che ha avviato o che le stanno particolarmente a cuore nelle strutture socio sanitari?
Ci sono diversi progetti che porto avanti simultaneamente con convinzione, ma quello che mi sta più a cuore è tutto ciò che riguarda la costruzione di un clima organizzativo sano, umano, collaborativo. Più che un singolo progetto, è un processo: creare le condizioni perché chi lavora con la fragilità possa sentirsi supportato, ascoltato, parte di una visione condivisa. In particolare, sto lavorando a rafforzare i momenti di confronto tra operatori, anche trasversali tra i servizi e le sedi, perché credo molto nella contaminazione positiva tra esperienze e professionalità.
Un’altra area che ritengo strategica – anche se oggi la seguo da un ruolo più di regia – è il rafforzamento del rapporto con le famiglie con l’obiettivo di costruire alleanze educative e relazionali che vadano oltre la semplice comunicazione formale. Sono convinta che la qualità dei servizi passi non solo da protocolli e procedure, ma anche – e forse soprattutto – da relazioni solide, da un clima di fiducia e corresponsabilità che si costruisce giorno per giorno.
Cosa le dà maggiore soddisfazione nel suo lavoro?
Mi dà soddisfazione vedere che, nonostante le difficoltà quotidiane, ci sono persone che continuano a fare bene il proprio lavoro, con dedizione e senso del dovere. Quando un operatore mi dice che si è sentito supportato, oppure una coordinatrice trova una soluzione grazie a un confronto costruttivo, so che qualcosa ha funzionato. Mi gratifica vedere che un’idea diventa prassi, che un’intuizione condivisa prende forma concreta, che un ambiente migliora. E, più di tutto, mi dà soddisfazione sapere che, anche indirettamente, il mio lavoro contribuisce a far stare meglio chi è più fragile. La soddisfazione più grande? Sapere che ciò che faccio – pur lontano dal letto dell’ospite – può rendere più solida, più umana, più degna la cura che ogni giorno altri portano avanti con costanza e coraggio.
Se potesse trasmettere un messaggio alle persone che ogni giorno si prendono cura degli altri, cosa direbbe loro?
Direi: lo so cosa si dice in giro del sociosanitario, ma no! Non è un ripiego, è un settore che regge sulle sue spalle una parte enorme del benessere delle nostre comunità. Non siete la serie B. Siete in prima linea, nel luogo dove si gioca la partita più vera. Noi siamo quelli che ci sono quando le fragilità si fanno più evidenti. Ogni giorno, con i vostri gesti, le vostre parole, il vostro esserci, fate molto più di quello che viene chiesto. Non curate soltanto. Vi prendete cura. E questo è un atto profondamente umano, coraggioso, essenziale. Non dimenticate mai il valore di ciò che fate. Anche quando sembra invisibile, anche se non fa notizia, anche quando è faticoso. Il vostro lavoro ha un impatto reale: si legge negli occhi di un anziano che si sente ascoltato, nel sollievo di una famiglia, nel piccolo passo avanti di chi sembrava fermo. Portate orgoglio, in questo lavoro. Di non limitarvi a “fare il vostro”, ma di metterci dentro testa, cuore e visione. Perché il nostro settore ha bisogno di presenze autentiche, non di comparse. E infine direi: grazie. Perché la vostra cura non è solo un gesto professionale. È una scelta quotidiana di responsabilità, di umanità, di costruzione di un mondo più giusto e più vicino alle fragilità.
Grazie mille per il suo tempo
Grazie per la qualità delle domande, apparentemente semplici ma che obbligano a farsi domande per dare risposte sincere.




